A questo link potete visitare la nuova galleria aperta sul blog Luce Nel Bosco, in cui verranno inseriti i quadri che saranno esposti in una mostra che stiamo organizzando in occasione della prossima Festa della Donna:
Nuova Galleria: La Divinità Femminile nella Cultura Tupy.
A Luz na Selva
Il blog di Maria das Graças Rodrigues, poetessa errante
8/12/2016
7/10/2016
Comunicazione di Servizio
Cari visitatori e visitatrici, vi ringraziamo per il vostro interessamento e sostegno al blog e vi comunichiamo che ci siamo spostati sul sito Luce Nel Bosco, dove continueremo il nostro lavoro.
Di conseguenza questo blog non verrà più aggiornato.
Noi non andiamo in vacanza, ma vi auguriamo una felice estate e speriamo di vedervi sul sito!
Di conseguenza questo blog non verrà più aggiornato.
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4/10/2016
LA COSCIENZA COSMICA
Questo quadro presenta un gioco di colori che evidenzia il simbolismo nel regno spirituale.
Il cerchio rappresenta il cosmo, senza principio e senza fine. La piramide nel mezzo è un simbolo alchemico che corrisponde al mondo di sopra; al suo centro l'occhio divino ci ricorda che la coscienza cosmica ha transitato per l'ultima volta sulla Terra nell'anno 2016, quando ha definitivamente abbandonato l'umanità prigioniera del suo ego, spinta all'odio e la violenza.
Con questi tre simboli alchemici è scritta tutta la legge cosmica, la base della cultura Tupy, fraintesa dai colonizzatori e distrutta, mentre il popolo stesso veniva considerato selvaggio. Tutt'ora in Brasile vivono di stenti, alienati, sradicati dall'appartenenza, privati della memoria culturale, lasciati ai margini della società che li considera un ostacolo al consumismo sfrenato che le lobby della finanza globale definiscono progresso.
LA FIGURA FEMMINILE NELLA CULTURA TUPY: INTRODUZIONE
LA FIGURA FEMMINILE NELLA CULTURA TUPY
INTRODUZIONE
Leggende e visioni, sogni e realtà che si intrecciano in un unico scenario esposto sulla tela.
Attraverso i colori ed i simboli racconterò la sacralità della vita intrinseca alla natura, emtrambe legate dall'immenso disegno cosmologico già vissuto da ancestrali generazioni e oggi trasmesso tramite il ruolo della figura femminile: divinità che nella cultura Tupy avevano una funzione fortemente pedagogica piuttosto che di idolatria.
A causa del lungo lavoro di stesura dei testi, la mostra verrà presentata più avanti, nel frattempo con i quadri che la apriranno ho voluto anticipare l'obiettivo di questa ardua impresa, unica nel suo genere, un'importante documentazione su una cultura scomparsa, dove la chiave di lettura sarà il rispetto per quella che veniva definita "natureza sacrada", ma più ancora in profondità vita, natura e spiritualità. Materiale di pubblico interesse che diventerà una vera e propria guida per tutti coloro che si trovano lungo il cammino, in viaggio sul pianeta Terra.
3/27/2016
L'URLO DI DOLORE DEL CRISTO RISORTO NEL VEDERE LE ANIME INDIE SENZA NOME, SENZA VOLTO
Leggende, visioni, sogni e realtà che si intrecciano in un unico scenario di vite vissute esposte sulla tela.
Attraverso i colori e i simboli racconterò la sacralità della vita e della natura, entrambe legate dall'immenso disegno cosmologico studiato, rispettato e tramandato nella cultura Tupy.
Nel Giubileo della misericordia, la pressione internazionale è importante per spingere il governo brasiliano verso l'applicazione della demarcazione: un modo per riscattarsi delle tante ingiustizie e violenze che sono state inflitte agli indios brasiliani.
Questa mostra è un grido di giustizia, attraverso il quale chiedere la fine della persecuzione e della crocefissione del popolo indigeno iniziato nel XV secolo.
Dunque sono 500 anni di violenze, torture, istigazione al suicidio, stupri, persecuzioni morali,,sessuali, fisiche, economiche e religiose.
Un intero popolo sfrattato dalle terre ove viveva sin dalla preistoria, soffocato dalla cultura maschilista europea basata su una presunta superiorità culturale.
Come atto di misericordia chiediamo rispetto e il diritto alla vita e alle terre che sono state espropriate all'indio nel periodo della dittatura e che oggi appartengono al governo federale; ma in base ad una legge approvata dalla nuova costituzione nel 1988, queste terre devono ritornare alle comunità indigena però, nonostante la legge sia stata approvata, da oltre 20 anni giace in parlamento, vincolata dall'ostruzionismo della casta politica che nel frattempo hanno regalato o ceduto le terre, a un costo simbolico, a politici loro compari, amici e familiari, ai mass media (presentatori televisivi, attrici, cantanti) in cambio di favori, dunque la PEC non prevede di togliere le terre ai latifondisti per darle agli indios, ma sono terre dello stato federale brasiliano che per legge sono state assegnate alle comunità indigene, che a loro volta sono state ulteriormente raggirate e gli è stato impedito con la violenza di riorganizzarsi con l'autodeterminazione e riprendere il cammino interrotto dal sistema coloniale Europeo in quel nefasto e tragico 12 ottobre del 1492.
2/28/2016
L'INCONTRO
Era notte, l'autobus correva veloce, sembrava un'astronave che volava e si introduceva sempre più nelle viscere della montagna di rifiuti che ricopriva ogni piccolo pezzo di terra.
Avvolta nella tristezza per ciò che vedevo, mi sentivo sprofondare nel fango che sommergeva l'umanità impotente.
L'autobus attraversò quel tunnel di rifiuti, e pochi metri dopo si fermò dove sembrava esserci la stazione di un piccolo villaggio coperto dalla nebbia: erano gli effluvi sprigionati dalle montagne di rifiuti prodotti dalle grandi città e poi buttati nelle povere comunità di donne sole, prigioniere dell'ipocrita perbenismo della società.
Notai che un gruppo di turisti viaggiava con me sullo stesso autobus, ma appena giunti alla stazione prendemmo strade diverse: loro andavano all'oasi confortevole, costruita apposta per chi considera la povertà solo un'attrazione turistica. La voce squillante della guida rompeva il silenzio della gente umile, piegata su sè stessa, che lavorava.
Sentìi il mio corpo accarezzato da una luce calda, guardai verso il sole, i suoi raggi danzavano nello splendore mente scioglieva la nebbia che contaminava la povera gente del villaggio.
Grida e risate: erano i turisti scesi dall'autobus che trovavano divertente la fatica delle donne costrette a vestirsi da uomo per non essere molestate. Un nodo mi strinse il cuore e pensai: è dolorosa l'indifferenza di coloro che non hanno mai sofferto l'ingiustizia!
Nel villaggio la maggioranza degli abitanti erano donne: gli uomini erano stati uccisi da altri uomini, che avevano risparmiato solo i vecchi, le donne e le bambine, diventate un'attrazione per un fiorente turismo sessuale, l'unico contatto umano che le donne del villaggio avevano con tutti quelli che venivano dalle città.
Le donne erano prigioniere di una cultura maschile degenerata, schiave del sesso nel mercato che si espandeva senza ritegno né pietà.
Ero impotente, camminavo a passo sentendo sulle spalle tutta la sofferenza inflitta all'umanità: ero in una piccola via di terra battuta, lungo la quale si vedevano delle piccole porte: erano le povere case, sembravano grotte, dove le donne si radunavano la sera in gruppi, per meglio difendersi nel caso che qualche turista ubriaco decidesse di tentare di usargli violenza. Mentre camminavo distratta, riflettevo su quelle donne sole, tenute in scacco dalla miseria umana che si annida nell'anima della maggioranza degli uomini. Senza accorgermene ero arrivata su una ripida salita che costeggiava l'unica montagna vera, ancora incontaminata dall'inquinamento e dai rifiuti, che i turisti si portavano nel cuore.
Senza fatica, come se un'energia mi stesse spingendo in avanti, raggiungi la vetta, e da lassù, come per magia, ho potuto osservare il villaggio com'era prima, un'oasi di pace dove regnava l'armonia tra le anime e gli animali: era sublime!
Restai allibita dai colori che si riflettevano in ogni cosa, così vibranti da trasformarsi in note musicali che disperdevano per l'aria un inno celestiale.
Mi fermai sul ciglio del burrone, avvolta da un alone di beatitudine, e mentre la brezza leggera mi spingeva oltre, come un'aquila spiccai il volo e mi andai a posare sul ramo di una sequoia.
Seduta sul ramo, accanto c'era una donna curva, sembrava dormire. La riconobbi subito: era la stessa che avevo visto un giorno, all'alba, mentre con i miei genitori attraversavo un bosco. Lei apparve in un raggio folgorante di luce che illuminò tutto intorno, e da allora - avevo appena compiuto sette anni - la cercavo, affinchè mi spiegasse su quale sentiero dovevo camminare.
Come se ascoltasse i miei pensieri si girò verso di me, e con voce soave disse: "Da anni sono qui che ti aspetto. Ti vedevo barcollare tra il buio e le sofferenze, ma non potevo intervenire: era il tuo percorso e solo tu potevi trovare la chiave che potesse darti la risposta. Ora posso dirti che sei pronta per le sfide che dovrai affrontare nel mondo."
Detto questo, la vidi sparire piano nella luce del sole, diventando essa stessa un raggio di sole!
Cadde il silenzio. Riuscivo ad ascoltare solo l'echeggiare della fonte, la nenia del vento e il respiro dell'universo che si fondeva con il mio, mentre scedevo adagio per raggiungere il villaggio triste: ma era scomparso, come gli effluvi e le montagne di rifiuti. Solo allora capìi di essere in un'altra dimensione, in una città illuminata da luce mistica e calda, dove il silenzio sconfina oltre la quiete, dove le anime si muovono come il vento e si comunica solo attraverso la forza del pensiero.
Ero felice, mi sentivo leggera, in pace.
All'improvviso precipitai nell'assordante caos della materia, tra relitti umani, rumori e aria inquinata sulla terra asfissiata.
2/21/2016
L'INCUBO DELL'ABBANDONO
Il racconto di oggi parla di un tema attuale e doloroso per colui che lo subisce, che sia un animale da compagnia, un bambino, un anziano, uno straniero: in ogni caso è una violenza verso un essere fragile e impotente, per questo ho deciso di affiancare alla violenza sulle donne anche altre forme di violenza, che vengono eseguite dietro ad un velo sottile di legalità, per renderci nemici l'uno all'altro, e così divisi, più contenibili e sottomessi.
L'INCUBO DELL'ABBANDONO
Solerte passeggiavo per la strada di campagna, quando all'improvviso, da dietro un cespuglio, sentìi un triste lamento.
Incuriosita mi avvicinai, e sotto il cespuglio vidi quello che rimaneva di un cane ferito, che guaiva.
"Cane", dissi, "quel tormento ti ferisce così tanto?"
Poi gli chiesi: "Cosa posso fare per te?"
"Cara signora", rispose il cane, "E' impossibile che qualcuno possa lenire il mio tormento nel vivere la peggiore delle pene, quella dell'abbandono."
Allora replicai: "Povero caro! Raccontami il tuo dilemma."
Un poco restìo, il cane uscì dal suo nascondiglio, e prima circospetto, mi si girò intorno, per assicurarsi che non ci fossero odori malvagi, tipici di certe persone. Poi scondinzolando si fermò vicino, mentre si scrollava di dosso lo stress della paura. Aveva capito che di me poteva fidarsi, e così cominciò a raccontarmi la sua storia...
Ero ancora piccolo quando, una mattina, una giovane coppia venne a prendermi. Fu traumatico lasciare la mamma: il suo morbido pelo, ove spesso mi rifugiavo, il suo latte caldo, mi mancava molto tuttavia mi affezionai ai miei nuovi genitori, sentìi da subito che li avrei amati e non li avrei mai abbandonati, neppure nei momenti di nostalgia della mia prima madre.
Mi ambientai nella nuova casa, e ogni giorno che passava era una gioia infinita!
La mattina li svegliavo, accarezzandoli con il mio piccolo muso che piano piano crebbe fino a diventare un musone; continuavo a svegliarli ogni mattina sfregandoglielo sul viso: prima ad uno, poi giravo intorno al letto per andare a baciare anche l'altro.
Lei si alzava per prima, e andava subito in cucina a preparare la colazione, mentre lui prendeva il guinzaglio e sussurrava: "Andiamo bello!"
Volavo dalla felicità al suono di quelle magiche parole, tra noi maschi era nata una complicità incommensurabile, eravamo legati e condividevamo ogni giorno le passeggiate sotto casa, in un piccolo fazzoletto di verde che era diventata la nostra palestra, dove sgranchirsi le gambe. Là ho conosciuto molti altri amici, con cui giocavamo a rincorrerci come matti.
Molte volte, quando scendevamo, loro erano già là che giocavano: impaziente, non vedevo l'ora che il mio amico umano mi togliesse il guinzaglio. Correvo a giocare, a fare i miei bisogni e poi di nuovo a giocare, mentre il mio tutore raccoglieva tutto per gettarlo nei bidoni della spazzatura.
E' bello mantenere pulito il nostro spazio, mi piacciono i giardinetti puliti, e così anche la città rimane pulita, senza puzza, e nessuno ci maledice ogni volta che sul marciapiede schiaccia la popò di un cane.
Dopo aver corso e giocato per tutto il tempo, tornavamo a casa.
Là mi aspettava una bella ciotola di cibo, e mentre mi deliziavo, tuffandomi tra ghiotti pezzi di carne, sentivo sbattere la porta: silenzio! Ero rimasto solo nell'appartamento. Restavo paziente e buono, e per passare il tempo sonnecchiavo per tutto il giorno, ma quando arrivava il momento del loro rientro ero già pronto ad attenderli dietro la porta, e appena si apriva erano salti di gioia e leccate a non finire, e così esprimevo la mia gratitudine.
Lui posava le sue cose, prendeva il guinzaglio e mi sussurrava la magica frase: "Andiamo bello!"
Volavo ancora e la felicità si innalzava a mille, al suono di quelle semplici parole!
Andavamo nel parco sotto casa, i miei amici erano già là, tutti insieme giocavamo a rincorrerci all'aria aperta, mentre i nostri tutori, che erano diventati amici, parlavano commentando la giornata di lavoro appena trascorsa, oppure discutevano di calcio, ma appena sentivo il fischio capivo subito: era ora di rientrare!
Gli andavao incontro ed insieme facevamo ritorno a casa.
La ciotola era là, già pronta, mi ci ficcavo dentro e ne mangiavo fino all'ultimo pezzettino, poi mi sdraiavo sul divano nel salone e dopo un poco anche loro venivano a sedersi per guardare la tv, ma ero molto stanco della giornata così me ne andavo a letto e mi coricavo nella mia cuccetta.
"Sono il cane più felice e fortunato del mon..."
Ma non finivo la frase che già dormivo!
Un pomeriggio accadde un fatto strano. Il mio tutore prese il guinzaglio, mi vestì per uscire e notai che la prima volta non aveva pronunciato la magica frase.
Ci rimasi male, però pensai "forse ha dei brutti pensieri, oppure il caldo lo rende nervoso, può succedere." Sotto il sole cocente salimmo in automobile e partimmo.
Capìi che qualcosa non quadrava, ma di lui mi fidavo, e anche se assalito dal dubbio pensavo fra me e me "forse andiamo in cerca di un posto più fresco e più bello."
Che strano però!
Uscimmo dalla città e prendemmo l'autostrada: le macchine sfrecciavano veloci e il caldo scioglieva l'asfalto.
L'incoscienza colmava il mio cuore di felicità, così che pensavo: "che fortuna avere un tutore che ha la macchina con l'aria condizionata!"
L'auto correva, sembrava che il mio padrone avesse un appuntamento importante, e così, vedendolo pensieroso, gli diedi una leccatina all'orecchio, e lui gradì il mio gesto: "ci vogliamo troppo bene e insieme siamo felici!", pensai.
Dopo aver percorso molti chilometri ci fermammo sul ciglio della strada: non c'era nulla, solo sterpaglie secche e macchine che sfrecciavano veloci. Ero terrorizzato, avevo perfino paura di guardare la strada!
Dopo un pò il mio tutore scese ed aprì la portiera della macchina per farmi scendere. Notai che, nonostante il luogo fosse pericoloso, lui mi lasciava senza guinzaglio, tuttavi ami sentivo sicuro: scesi dalla macchina e mi allontanai un poco alla ricerca di un luogo tranquillo dove fare i miei bisogni, mentre riflettevo su quanto fosse bravo il mio tutore che si era perfino ricordato di farmi fare la pipì: era ammirevole!
Lo guardai mentre lui saliva in macchina, non mi preoccupai, pensai che stesse cercando il fresco, fuori faceva molto caldo.
All'improvviso in fondo al mio cuore qualcosa cominciò a prudermi: sentìi un assordante rombo di motore, una sgommata, restai paralizzato a guardare la macchina che si allontanava: "E' uno scherzo?" pensai, "fra poco tornerà a riprendermi!"
Così mi adagiai sotto un cespuglio, e smarrito aspettai: un giorno, una notte, un altro giorno e un altro ancora, finchè, piano piano, mi trascinai fin qua, vinto dalla fame, dalla stanchezza e dal dolore dell'abbandono!
"Dunque, cara signora, ecco la causa delle mie pene: tradito per aver troppo amato, mentre l'infame mi ripaga con l'abbandono! Oggi ancora brucia nella memoria codesta meschina storia, mentre nel mio cuore un'enorme ferita sanguina ancora. Ma io aspetto, so che un giorno lo rivedrò, per guardarlo negli occhi un secondo soltanto, il tempo di chiedergli: perchè?"
In quell'istante però, un magico suono riempì la stanza: "Andiamo bello!"
"Che bel risveglio, e che fortuna!" pensò il cane, "era solo un sogno, anzi, un incubo!"
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