4/27/2014

LA LEGGENDA DELL'ALBERO SACRO


INTRODUZIONE STORICA DELL'AUTRICE

L'albero di Jabuticaba (pron.: giabucicaba) è quasi del tutto scomparso, intorno al XVI secolo d.C., quando, per salvare l'economia europea dal collasso provocato dal lusso sfrenato delle famiglie più potenti, si è proceduto ad un abbattimento compulsivo delle foreste americane, scoperte da relativamente poco, per ricavarne le materie prime.
La pessima gestione economica spinse la popolazione caduta in miseria, in maggioranza contadini, ad emigrare: si calcola che solo nell'800 arrivò in Brasile un'ondata di 80 mila immigrati, in maggioranza italiani, che diedero nuovo impulso al disboscamento in modo da ottenere terre coltivabili: i nativi vennero espropriati di vaste aree da loro abitate, mentre le fazendas si trasformavano con l'introduzione di molossi da guardia e vigilantes armati di carabine con licenza di uccidere, in modo da persuadere i nativi a tenersi alla larga. Parte di questi decise di nascondersi, inoltrandosi nel cuore delle foreste amazzoniche, spostandosi a mano a mano che i bianchi disboscavano.
Altri invece furono costretti a ricorrere all'accattonaggio per poter sopravvivere: senza servizi igienici, oppressi dall'impotenza e dall'umiliazione, privati dei loro punti di riferimento, testimoni della violazione dei loro luoghi sacri, spesso cercavano di astrarsi dalla realtà attraverso l'assunzione di alcool, con il risultato di venire colpiti dalle prime leggi instaurate dai bianchi contro il loro stato indecente, al punto da venire ancora considerati "bixo do mato": bestie del bosco.
L'arrivo dei missionari gesuiti, inviati in Brasile per addomesticare i nativi, venne deciso ed approvato da Spagna e Portogallo, che non volevano perdere del tempo a trattare con i selvaggi. Nacquerò così le prime missioni, per addolcire gli indios ribelli che si rifiutavano di consegnare le terre ai cristiani. Si può affermare, senza ombra di dubbio, che i nativi Tupy, piuttosto che "civilizzati", siano stati forzatamente indottrinati. E nonostante tutto non gli era concesso di accedere alla carriera sacerdotale.
Tutt'oggi in Brasile, la presenza dei bambini di strada è la conseguenza di una politica di esproprio e di indifferenza che ha avuto inizio con la colonizzazione, aggravata e mai risolta da una società civile costituita che piuttosto di rendere l'indio un vero cittadino con i suoi diritti e doveri ha invece cercato in ogni modo di emarginarlo se non addirittura, come in molti casi, di sopprimerlo.

L'ALBERO SACRO

L'albero sacro cresce come un dito puntato in alto, verso l'Infinito.
Come se volesse ammonire quel Dio distratto che ci è stato imposto, con la sua dimora oltre le chiome, che era onnipresente e capace di vedere tutto, meno che la mattanza, la violenza dei suoi figli contro le sue creature.
Lungo tutto il tronco germoglia il frutto dell'albero sacro, delle bacche grandi come ciliege, di colore nero. Il frutto ha una polpa bianca, commestibile per tutte le creature della foresta: gli animali potevano mangiarne dalla parte bassa del tronco, i Tupy la raccoglievano dalla parte di mezzo, mentre gli uccelli la beccavano dalla parte in alto, irraggiungibile per gli altri.
L'albero sacro permetteva ad ogni creatura di deliziarsi con i suoi frutti, e costituiva di fatto l'albero madre di una leggenda Tupy sulla creazione: la madre di tutte le madri Tupy è stata creata dal tronco dell'albero sacro. I Tupy sono dunque figli dell'albero, e per loro è inconcepibile l'azione di abbatterlo. Da questo nasce il dispresso e il diffamante marchio di vagabondi attribuito loro dagli europei, e la necessità di sequestrare gli africani dai loro villaggi per portarli a lavorare come schiavi nelle fazendas sudamericane.
L'albero sacro era la dimora del Kaipora, la divinità nativa che protegge le foreste: i suoi frutti neri e lucenti sono tanti occhi che vigilano continuamente.

Una volta rase al suolo le foreste, e fatto cadere l'albero sacro, è stata uccisa la coscienza dell'ecologia sacra, tramandata di madre in figlio attraverso i racconti sul Jabuticaba e sul Kaipora.